Giuseppe Parini (1729-1799)



La salubrità dell’aria

Oh beato terreno
Del vago Eupili mio,
Ecco al fin nel tuo seno
M’accogli; e del natìo
Aere mi circondi;
E il petto avido inondi.

Già nel polmon capace
Urta sè stesso e scende
Quest’etere vivace,
Che gli egri spirti accende,
E le forze rintegra,
E l’animo rallegra.

Però ch’austro scortese
Quì suoi vapor non mena:
E guarda il bel paese
Alta di monti schiena,
Cui sormontar non vale
Borea con rigid’ ale.

Nè quì giaccion paludi,
Che dall’impuro letto
Mandino a i capi ignudi
Nuvol di morbi infetto:
E il meriggio a’ bei colli
Asciuga i dorsi molli.

Pera colui che primo
A le triste ozïose
Acque e al fetido limo
La mia cittade espose;
E per lucro ebbe a vile
La salute civile.

Certo colui del fiume
Di Stige ora s’impaccia
Tra l’orribil bitume,
Onde alzando la faccia
Bestemmia il fango e l’acque,
Che radunar gli piacque.

Mira dipinti in viso
Di mortali pallori
Entro al mal nato riso
I languenti cultori;
E trema o cittadino,
Che a te il soffri vicino.

Io de’ miei colli ameni
Nel bel clima innocente
Passerò i dì sereni
Tra la beata gente,
Che di fatiche onusta
È vegeta e robusta.

Quì con la mente sgombra,
Di pure linfe asterso,
Sotto ad una fresc’ ombra
Celebrerò col verso
I villan vispi e sciolti
Sparsi per li ricolti;

E i membri non mai stanchi
Dietro al crescente pane;
E i baldanzosi fianchi
De le ardite villane;
E il bel volto giocondo
Fra il bruno e il rubicondo,

Dicendo: Oh fortunate
Genti, che in dolci tempre
Quest’aura respirate
Rotta e purgata sempre
Da venti fuggitivi
E da limpidi rivi.

Ben larga ancor natura
Fu a la città superba
Di cielo e d’aria pura:
Ma chi i bei doni or serba
Fra il lusso e l’avarizia
E la stolta pigrizia?

Ahi non bastò che intorno
Putridi stagni avesse;
Anzi a turbarne il giorno
Sotto a le mura stesse
Trasse gli scelerati
Rivi a marcir su i prati

E la comun salute
Sagrificossi al pasto
D’ambizïose mute,
Che poi con crudo fasto
Calchin per l’ampie strade
Il popolo che cade.

A voi il timo e il croco
E la menta selvaggia
L’aere per ogni loco
De’ varj atomi irraggia,
Che con soavi e cari
Sensi pungon le nari.

Ma al piè de’ gran palagi
Là il fimo alto fermenta;
E di sali malvagi
Ammorba l’aria lenta,
Che a stagnar si rimase
Tra le sublimi case.

Quivi i lari plebei
Da le spregiate crete
D’umor fracidi e rei
Versan fonti indiscrete;
Onde il vapor s’aggira;
E col fiato s’inspira.

Spenti animai, ridotti
Per le frequenti vie,
De gli aliti corrotti
Empion l’estivo die:
Spettacolo deforme
Del cittadin su l’orme!

Nè a pena cadde il sole
Che vaganti latrine
Con spalancate gole
Lustran ogni confine
De la città, che desta
Beve l’aura molesta.

Gridan le leggi è vero;
E Temi bieco guata:
Ma sol di sè pensiero
Ha l’inerzia privata.
Stolto! E mirar non vuoi
Ne’ comun danni i tuoi?

Ma dove ahi corro e vago
Lontano da le belle
Colline e dal bel lago
E dalle villanelle,
A cui sì vivo e schietto
Aere ondeggiar fa il petto?

Va per negletta via
Ognor l’util cercando
La calda fantasìa,
Che sol felice è quando
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto.


 

L’educazione 

Torna a fiorir la rosa
Che pur dianzi languìa;
E molle si riposa
Sopra i gigli di pria.
Brillano le pupille
Di vivaci scintille.

La guancia risorgente
Tondeggia sul bel viso:
E quasi lampo ardente
Va saltellando il riso
Tra i muscoli del labro
Ove riede il cinabro.

I crin, che in rete accolti
Lunga stagione ahi foro,
Su l’omero disciolti
Qual ruscelletto d’oro
Forma attendon novella
D’artificiose anella.

Vigor novo conforta
L’irrequieto piede:
Natura ecco ecco il porta
Sì che al vento non cede
Fra gli utili trastulli
De’ vezzosi fanciulli.

O mio tenero verso
Di chi parlando vai,
Che studj esser più terso
E polito che mai?
Parli del giovinetto
Mia cura e mio diletto?

Pur or cessò l’affanno
Del morbo ond’ei fu grave:
Oggi l’undecim’ anno
Gli porta il sol, soave
Scaldando con sua teda
I figliuoli di Leda.

Simili or dunque a dolce
Mele di favi Iblèi,
Che lento i petti molce,
Scendete o versi miei
Sopra l’ali sonore
Del giovinetto al core.

O pianta di bon seme
Al suolo al cielo amica,
Che a coronar la speme
Cresci di mia fatica,
Salve in sì fausto giorno
Di pura luce adorno.

Vorrei di genïali
Doni gran pregio offrirti;
Ma chi diè liberali
Essere ai sacri spirti?
Fuor che la cetra, a loro
Non venne altro tesoro.

Deh perchè non somiglio
Al Tèssalo maestro,
Che di Tetide il figlio
Guidò sul cammin destro!
Ben io ti farei doni
Più che d’oro e canzoni.

Già con medica mano
Quel Centauro ingegnoso
Rendea feroce e sano
Il suo alunno famoso.
Ma non men che a la salma
Porgea vigore all’alma.

A lui, che gli sedea
Sopra la irsuta schiena,
Chiron si rivolgea
Con la fronte serena,
Tentando in su la lira
Suon che virtude inspira.

Scorrea con giovanile
Man pel selvoso mento
Del precettar gentile;
E con l’orecchio intento,
D’Eacide la prole
Bevea queste parole:

Garzon, nato al soccorso
Di Grecia, or ti rimembra
Perchè a la lotta e al corso
Io t’educai le membra.
Che non può un’alma ardita
Se in forti membri ha vita?

Ben sul robusto fianco
Stai; ben stendi dell’arco
Il nervo al lato manco,
Onde al segno ch’io marco
Va stridendo lo strale
Da la cocca fatale.

Ma in van, se il resto oblìo,
Ti avrò possanza infuso.
Non sai qual contro a dio
Fe’ di sue forze abuso
Con temeraria fronte
Chi monte impose a monte?

Di Teti odi o figliuolo
Il ver che a te si scopre.
Dall’alma origin solo
Han le lodevol’ opre.
Mal giova illustre sangue
Ad animo che langue.

D’Èaco e di Pelèo
Col seme in te non scese
Il valor che Tesèo
Chiari e Tirintio rese:
Sol da noi si guadagna,
E con noi s’accompagna.

Gran prole era di Giove
Il magnanimo Alcide;
Ma quante egli fa prove,
E quanti mostri ancide,
Onde s’innalzi poi
Al seggio de gli eroi?

Altri le altere cune
Lascia o Garzon che pregi.
Le superbe fortune
Del vile anco son fregi.
Chi de la gloria è vago
Sol di virtù sia pago.

Onora o figlio il Nume
Che dall’alto ti guarda:
Ma solo a lui non fume
Incenso e vittim’arda.
È d’uopo Achille alzare
Nell’alma il primo altare.

Giustizia entro al tuo seno
Sieda e sul labbro il vero;
E le tue mani sieno
Qual albero straniero,
Onde soavi unguenti
Stillin sopra le genti.

Perchè sì pronti affetti
Nel core il ciel ti pose?
Questi a Ragion commetti;
E tu vedrai gran cose:
Quindi l’alta rettrice
Somma virtude elice.

Sì bei doni del cielo
No, non celar Garzone
Con ipocrito velo,
Che a la virtù si oppone.
Il marchio ond’è il cor scolto
Lascia apparir nel volto.

Da la lor meta han lode
Figlio gli affetti umani.
Tu per la Grecia prode
Insanguina le mani:
Qua volgi qua l’ardire
De le magnanim’ ire.

Ma quel più dolce senso,
Onde ad amar ti pieghi,
Tra lo stuol d’armi denso
Venga, e pietà non nieghi
Al debole che cade
E a te grida pietade.

Te questo ognor costante
Schermo renda al mendico;
Fido ti faccia amante
E indomabile amico.
Così, con legge alterna
L’animo si governa.

Tal cantava il Centauro.
Baci il giovan gli offriva
Con ghirlande di lauro.
E Tetide che udiva,
A la fera divina
Plaudìa dalla marina.